Forestbeat | Predatori e prede
Nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise sono state localizzate le faggete più antiche d’Europa, candidate a diventare Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Noi vogliamo raccontarvi la storia di questo ecosistema così complesso e ricco di vita.
abruzzo, foreste, faggete, parco nazionale d'abruzzo, faggete vetuste, boschi, orso, lupo
21021
page,page-id-21021,page-template,page-template-full_width,page-template-full_width-php,ajax_fade,page_not_loaded,,select-theme-ver-3.2.1,wpb-js-composer js-comp-ver-4.12,vc_responsive

Quando si entra in una foresta di faggi dell’Appennino la sensazione più frequente è quella di trovarsi in un ambiente alquanto povero di vita animale. A parte i canti degli uccelli che, nelle giornate della bella stagione, fanno da colonna sonora alla faggeta, per gran parte dell’anno è molto difficile riuscire a contattare gli animali nel folto degli alberi. Spesso ci si deve accontentare semplicemente dei segni della loro presenza. Gli escrementi di una volpe (Vulpes vulpes) lasciati a bella vista su un sasso o un albero caduto; mucchietti di pellet di cervi (Cervus elaphus) e caprioli (Capreolus capreolus), o, magari, la penna morbida e screziata di un rapace notturno caduta a terra sono tutto ciò che resta del passaggio dei vertebrati.

Nonostante le apparenze, le faggete appenniniche rappresentano comunque il rifugio e l’habitat d’elezione per moltissime specie: anfibi, rettili, uccelli e mammiferi che, in alcuni casi, vivono esclusivamente in queste foreste. Secoli di persecuzione e frequentazione umana dei boschi tuttavia hanno reso molto cauti questi animali che, tranne in alcune eccezioni, normalmente sono più attivi di notte. È inoltre assai difficile per noi umani, così goffi e rumorosi, riuscire ad avvicinarci in silenzio a specie che solitamente hanno sensi sviluppatissimi e, quindi, sorprenderle in attività.

Scene di una delle faggete vetuste del PNALM durante una giornata di pioggia. Il silenzio e la quiete danno l’impressione di un ambiente all’apparenza privo di vita animale.

A volte però capita qualche incontro fortunato. Si può avvistare un raro picchio dalmatino (Dendrocopos leucotos lilfordi) a caccia di larve su un tronco spezzato, oppure a riportare a casa la visione fugace di una volpe o di un cervo in corsa. Solo pochi privilegiati, invece, possono vantarsi di essersi imbattuti sul loro cammino negli animali più emblematici di questi boschi. Le osservazioni di lupi (Canis lupus italicus) e di quello che è di fatto il “signore” delle faggete del PNALM, il rarissimo orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus), di fatti rimangono eventi rari e preziosi.

orso-marsicano

Un orso marsicano adulto sorpreso tra i faggi in un crepuscolo di fine estate.

Il silenzio e la tranquillità così tipici delle faggete in realtà celano drammi e commedie, che animano la rete fitta e complessa delle interazioni ecologiche esistenti tra le varie specie. Possiamo trovare rapporti cosiddetti di simbiosi, di erbivoria, di parassitosi o di commensalismo. Ma qui è forse interessante approfondire meglio le relazioni intime e molto forti, seppure assai dinamiche, che si instaurano tra prede e predatori.

L’energia dispensata ogni giorno dal sole e impacchettata in molecole di carboidrati dagli organismi in grado di effettuare la fotosintesi, definiti “produttori” (piante), viene trasferita successivamente agli erbivori che si nutrono di questi ultimi e da questi ai loro predatori. E così, di livello in livello, l’energia passa a “consumatori” sempre più specializzati, divenendo a sua volta più concentrata e meno disponibile. Questa “piramide ecologica”, dove per forza di cose i predatori sono numericamente inferiori alle loro prede, farebbe subito venire in mente le spettacolari scene di caccia dei documentari televisivi in cui si vedono grandi carnivori, come i leoni, alle prese con bufali e zebre. Oppure, parlando di faggete dell’Appennino, forse in modo più opportuno, verrebbe in mente l’immagine dei lupi nostrani a caccia degli abbondanti ungulati selvatici con cui condividono il territorio. Da queste parti caprioli, cervi e cinghiali (Sus scropha), infatti, hanno davvero buoni motivi per non abbassare mai la guardia e tenere occhi, naso e, orecchie, sempre ben attenti a quanto accade attorno a loro!

capriolo

Capriolo maschio adulto in allerta in una radura al limite della foresta.

Ciononostante, per quanto forse meno spettacolari ed evidenti di quelli che vedono i grandi mammiferi come protagonisti, si individuano molti altri esempi di relazioni preda-predatore in atto negli ecosistemi forestali. In ogni categoria sistematica troviamo infatti specie che si nutrono di altri organismi. Funghi che predano nematodi; acari del suolo a caccia di collemboli; ragni che catturano farfalle… salamandre in cerca di lumache e lombrichi: la predazione è un’interazione interspecifica diffusissima in natura.

Un’arvicola rossastra fa timidamente capolino dalla sua tana nel cavo di un albero.

Tornando un attimo ai vertebrati, ci sono alcune specie in particolare che rivestono un ruolo preminente nelle reti trofiche delle faggete. Una di queste è l’arvicola rossastra (Myodes glareolus). Non facciamoci ingannare dalle dimensioni; questo piccolo e timido roditore, è in realtà una delle specie di erbivori più importanti per questo ambiente. L’arvicola passa gran parte del suo tempo in tunnel scavati nella lettiera delle faggete e tra le radici degli alberi, nutrendosi di materiale vegetale e, a seconda dei periodi, anche di giovani foglie del faggio o dei suoi frutti (le faggiole). In particolare, quando quest’ultime sono molto abbondanti, ovvero negli anni di cosiddetta “pasciona”, le arvicole riescono ad accumulare energie in autunno le quali permettono loro di superare più agevolmente la stagione invernale e, quindi, di riprodursi con maggiore successo la primavera successiva. Talvolta, questo fenomeno può assumere proporzioni sorprendenti e, nei mesi che seguono immediatamente la pasciona, si può addirittura assistere delle vere e proprie esplosioni demografiche di questa specie. Quando ciò accade, in media ogni 4-5 anni, il suolo della faggeta sembra prendere vita per il movimento di decine di arvicole. È uno spettacolo unico e, se vogliamo, anche divertente, ma tutta questa attività finisce per attirare l’attenzione anche di altri sguardi…

arvicola

Arvicola rossastra ai piedi di un faggio nella foresta autunnale

Le arvicole infatti rientrano nel menù della stragrande maggioranza dei carnivori delle faggete: volpi, ma anche lupi (!), mustelidi, rapaci diurni e notturni, corvidi e serpenti sono tutti predatori di questi velocissimi roditori. È naturale che, quando le arvicole diventano eccezionalmente numerose, molti dei loro predatori sfruttino a fondo la temporanea grande disponibilità di questa risorsa. E, allora, allocchi (Strix aluco), poiane (Buteo buteo), donnole (Mustela nivalis) e vipere (Vipera aspis) sembrano non nutrirsi di altro e questa fase di abbondanza finisce per riflettersi nelle loro performances riproduttive. Negli anni successivi alle esplosioni di arvicole, infatti, anche le popolazioni dei predatori sembrano subire un evidente incremento numerico.

Piccoli predatori della foresta: una donnola appare per un istante tra i massi al suolo; un’aspide della forma melanica (nera) a caccia tra le foglie morte della lettiera.

Pertanto, è evidente l’importanza che la fruttificazione ciclica del faggio riveste nell’ecosistema forestale e le ripercussioni notevoli che essa può avere su molti organismi diversi, anche a distanza di tempo. Affascina osservare come persino nel nostro Appennino, apparentemente così prevedibile e addomesticato, sussistano tuttora relazioni ecologiche tanto complesse e immutate nel tempo, e come la vita di un numero così elevato di specie possa dipendere da quella di una sola pianta!

Come in una danza senza fine, il rapporto dinamico tra prede e predatori segue regole costanti, ma in continua evoluzione e in adattamento al mutare delle condizioni esterne. La protezione di questi processi evolutivi è una delle priorità della moderna conservazione della Natura.

ghiro

Un ghiro sorpreso tra i rami di un faggio prima di rientrare nel suo rifugio, situato nel cavo del tronco.

Le arvicole non sono le uniche a consumare le faggiole. Un altro piccolo animale che trae beneficio dalla disponibilità di questi frutti è ancora un roditore, ma di dimensioni maggiori: il ghiro (Glis glis). Questo vicario notturno dello scoiattolo, anch’esso dalla coda lunga e flessuosa, è a proprio agio tra le chiome dei faggi, dove ne ricerca le faggiole direttamente sui rami più alti. A chi è mai capitato di trovarsi in una faggeta durante una notte estiva, sicuramente non saranno sfuggiti gli acuti squittii dei ghiri a spasso sugli alberi. Rispetto all’arvicola, costretta a spostarsi esclusivamente al suolo, questo misterioso roditore notturno sembrerebbe maggiormente al sicuro. Eppure anche lui ha diversi antagonisti con cui dover fare i conti.

allocco

Una femmina adulta di allocco si risveglia al tramonto dal suo riposo diurno.

Tra questi troviamo ancora l’allocco, il più comune rapace notturno delle foreste. Questo uccello, dall’inconfondibile canto, suggestivo e un po’ lugubre, entra in azione dopo il crepuscolo, quando abbandona il vecchio faggio dove ha trascorso le ore diurne. L’allocco ha un senso dell’udito sviluppatissimo e passa ore e ore in ascolto posato sui rami degli alberi per riuscire a cogliere i movimenti delle sue possibili prede. Il fruscio repentino di un topo tra le foglie morte della lettiera o le grida improvvise di una famiglia di ghiri non eludono la sua attenzione. Con il suo volo silenzioso, questo strigiforme piomba sulla preda e la blocca con la morsa delle sue zampe.

Come per tutti i predatori, anche la frequenza di caccia dell’allocco aumenta naturalmente durante il periodo riproduttivo, quando questo rapace deve nutrire, senza sosta, una nidiata di robusti pulli affamati. Alla fine della primavera, non è raro ascoltare all’imbrunire l’insistente pigolio dei piccoli allocchi che reclamano la cena alla propria madre.

Un pullo d’allocco ormai emerso dal nido attende il rientro della madre con l’imbeccata.

L’esito delle cacce notturne dell’allocco può essere verificato analizzandone le borre: si tratta di palline piene di resti indigeriti, come pelo e ossa, che esso rigurgita dal suo posatoio dopo ogni pasto. Separando le ossa dalla materia morfa, allora, i naturalisti sono in grado di determinare molte delle specie che rientrano nella dieta di questo rapace notturno.

La presenza elusiva della martora registrata in una notte invernale da una fototrappola di controllo.

La notte appenninica vede in azione anche un altro predatore, altrettanto specializzato nella caccia di mammiferi e uccelli sugli alberi: la martora (Martes martes). Questo bellissimo mustelide fulvo e dalle dimensioni di un gatto, riesce ad inseguire le sue prede arrampicandosi con destrezza sui tronchi e sui rami più sottili e spiccando balzi fenomenali. Come le sue prede d’elezione (scoiattoli e ghiri, appunto), anche la martora ha una lunga coda che funge da bilanciere per permetterle di rimanere in equilibrio durante queste acrobazie. Nel PNALM la martora è presente in alcune delle faggete più tranquille, ma sempre piuttosto rara e assai difficile da osservare. La sua presenza, infatti, spesso è rivelata solamente dai tipici escrementi scuri, stretti ed attorcigliati, che depone lungo i sentieri. Durante il periodo degli amori, che coincide con l’inizio dell’estate, le abitudini di questo elegante mustelide cambiano, ed essa diventa più attiva nelle ore diurne.

martora

Il fugace incontro con la martora a caccia in un mattino estivo.

Questo breve excursus sui predatori delle faggete non sarebbe completo senza parlare dell’astore (Accipiter gentilis), un rapace tipicamente forestale e il più grande rappresentante della famiglia degli accipitridi. Nonostante le dimensioni ragguardevoli e la costituzione robusta, le ali arrotondate e la coda lunga di questo uccello meraviglioso permettono un grande controllo del volo anche nell’intrico di tronchi e rami. L’astore è uno specialista nella caccia in bosco ad uccelli e roditori di medie dimensioni. Colombacci, cornacchie, ghiandaie, tordele, ma anche lepri, ghiri e scoiattoli rientrano tutti nella dieta di questo rapace.

L’astore è una specie monogama e fortemente territoriale. Maschio e femmina hanno dimensioni diverse, con la femmina molto più grande, è ciò consente loro di predare animali di taglie differenti ed evitare quindi un’eccessiva sovrapposizione ecologica.

astore

Dall’alto del suo posatoio sulla chioma di un faggio, un astore adulto osserva con attenzione il suo territorio.

È molto difficile osservare gli astori nella foresta, poiché sono delle specie elusive e che rifuggono la presenza dell’uomo, ma è possibile talvolta individuarne la presenza dai ripetuti richiami che questi uccelli emettono durante il periodo riproduttivo o, ancora, dalle loro tracce. Talvolta, su massi e ceppi, infatti, si rinvengono mucchi di penne o pelo di uccelli e mammiferi. Questo rapace infatti pulisce le sue prede, prima di consumarle, su posatoi ben definiti, i cosiddetti “spennatoi”.

Durante la nidificazione, quando è la femmina ad occuparsi dei piccoli e il maschio a provvedere al cibo per la famiglia, questi stessi spennatoi sono utilizzati anche per lo scambio della preda tra i due partner. La madre infatti non tollera la vicinanza del maschio al nido e questi lascia la preda per i pulli in un punto ad una certa distanza.

Durante il periodo di allevamento dei piccoli, il maschio porta la preda alla femmina su un masso nel cuore della faggeta.

Lo sguardo intenso e magnetico dell’astore, dagli occhi rosso fuoco, identifica un predatore formidabile e un cacciatore all’apparenza privo di emozioni. Pur guardandosi bene dall’attribuire alcuna caratteristica umana agli animali, invece è difficile non commuoversi nell’osservare con quanta delicatezza ed attenzione la femmina di astore imbecchi i giovani al nido. Con gesti precisi essa preleva piccoli bocconi di carne e li porge ai suoi piccoli, rimuovendo poi gli scarti. In questi momenti di intimità, il temibile becco e gli artigli fuori misura dell’astore diventano degli strumenti con cui questo rapace accudisce la prole e provvede alla pulizia e al mantenimento del nido.

Il nido, spesso una costruzione voluminosa, occupata generazione dopo generazione, non è localizzato a caso, ma di frequente si trova negli angoli più remoti delle faggete appenniniche. Un’ulteriore evidenza, questa, dell’importanza delle azioni di salvaguardia delle foreste mature, che possano garantire la necessaria tranquillità all’astore come a tutte le altre straordinarie specie delle faggete.

Una femmina adulta di astore imbecca con cura e delicatezza i suoi due pulli al nido.

© Bruno D’Amicis / Umberto Esposito 2013-2016 – www.silva.pictures

Tutti i diritti di riproduzione anche parziale del testo e delle immagini sono riservati.

Nessuna parte di questa pubblicazione può essere usata in qualsiasi forma senza il permesso scritto degli autori.